Michel Houellebecq e la materialità del testo secondo Bompiani

Sottomissione, l’ultimo discusso libro di Michel Houellebecq, potrebbe anche diventare il bestseller del 2015, ma in quanto manufatto lascia parecchio a desiderare. L’edizione italiana del romanzo è allestita da Bompiani (Rcs) senza cura né eleganza. La sovracopertina (opera dello studio grafico Polystudio) è il particolare di un dipinto di Sandy Skoglund, Fox Games: una volpe che banchetta indisturbata su un tavolo rosso con tovaglia rossa in campo rosso (tutto molto rosso).

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Al di là della scelta del soggetto (trasmette angoscia, inquietudine, cosa che per certi versi fa anche il romanzo, ma riesce a comunicare l’anima del libro?), appare sorprendente come la stessa opera abbia già fatto da copertina ad un altro libro Rcs, nel non poi così lontano 2009 (anche se editorialmente sono secoli fa, bisogna dirlo), I giorni della Rotonda di Silvia Ballestra, edito da Rizzoli (cfr. Marco Belpoliti su «TuttoLibri» di sabato 17 gennaio). Sfilando la sovracopertina ci si imbatte poi in un oggetto che più che un libro ricorda un quaderno.

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Copertina bianca, cartone semirigido: andando avanti con la lettura il volume non potrà che deformarsi, inarcandosi orribilmente. Infine, la rilegatura.

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Niente filo di refe: una banalissima colla per una banalissima e più economica legatura in brossura fresata. Se non fosse per il prezzo (17,50 €) diresti di avere tra le mani un paperback più che un hardcover. Smarrimento comprensibile: stai reggendo una prima edizione non cartonata con una sovracopertina discutibile, venduta al prezzo di un un hardcover. Forse la crisi di Rcs (si parla addirittura di una sua acquisizione da parte di Mondadori) si riflette nelle sue strategie estetico-materiali? Oppure, in quanto papabile bestseller e libro discusso il romanzo di Houellebecq non meritava di più (tanto vende già, tanto lo compreranno un sacco di lettori occasionali solo per averne sentito parlare nelle cronache dei tragici giorni parigini…)? Onestamente, non lo so, ma da lettore mi sarei aspettato un prodotto maggiormente curato. D’altra parte una scelta estetica non è mai puramente estetica. La materialità del testo è la prima soglia di lettura (chi lo ha detto: Gérard Genette? Roger Chartier?) e dicendo soglia è facile immaginarsi una porta e uno zerbino con scritto «welcome». Ecco, l’edizione italiana di Sottomissione ha  una porta di plastica e uno zerbino con scritto «ti odio». La sola consolazione (si fa per dire) è la sobria piattezza grafica dell’edizione originale.

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Il manuale del mio forno a micronde mi sembra più accattivante (ma non leggetelo, alla lunga è di una noia mortale!).FullSizeRender

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Una strana coincidenza

2014-10-24 17.20.37

Patrick Modiano ha vinto il Nobel per la letteratura. La sua è una letteratura della memoria. Nei suoi libri c’è sempre qualcuno che indaga su sé stesso e i propri ricordi. È pieno di telefoni che suonano a vuoto, di radio che captano segnali lontani. Anche la motivazione dell’Accademia Reale svedese delle scienze afferma che il premio è «per l’arte della memoria con la quale ha evocato i destini umani più inafferrabili». Come se immaginare e scrivere storie avesse in comune le stesse radici del ricordare.
Probabilmente il suo libro più bello e significativo è Rue des Boutiques Obscures, Via delle botteghe oscure. È la storia di un uomo che dopo aver perso la memoria gira per Parigi in cerca di sé stesso. «Je ne suis rien». Comincia così: «Je ne suis rien. Rien qu’une silhouette claire, ce soir-là, à la terrasse d’un café».
In Italia questo libro è un ricordo. Pubblicato da Rusconi nel 1979 è da molti anni fuori commercio. Lo si può trovare, con molta fortuna, in qualche mercatino dell’usato. Impolverato, le pagine ingiallite, tra tv a tubo catodico, armadi odoranti di muffa, giocattoli anni Ottanta-Novanta, cartoline con dedica, piatti del Mulino bianco.
Un libro perduto: situazione che non sfigurerebbe in un romanzo di Modiano.
È una strana coincidenza.


Aggiornamento. Bompiani ha pubblicato una nuova edizione del libro (qui). Niente più piattini del Mulino Bianco?

Amore e qualcosa

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Natalia Romay, 2009.

Mia madre vuole leggere romanzi d’amore.
Mi telefona.
«Stai lontano da tua madre»
«Che succede?»
«Sono andata in libreria. Stavo per comprare un libro di una canadese, una certa Alice Mons: Amore e qualcosa. Però la commessa mi ha detto che erano racconti e l’ho rimesso a posto»
«Ah, Alice Munro. Ha vinto il Nobel»
«Non so, la commessa mi ha detto che scrive solo racconti»
«È vero»
«Poi sono scesa al piano terra. Ho trovato un libro, Amore e qualcosa. Sono andata per pagare. Alle casse c’era una coda tremenda, così mentre aspettavo ho letto la vita dell’autore. Uno psichiatra».
«Interessante?»
«L’ho rimesso a posto».
«Mattinata impegnativa»
«Alla fine ho comprato un libro con una donna nuda in copertina»
«No»
«Sì!», ride. «Si chiama»
«Amore e qualcosa
«No, I fiori del male»
«Ma mamma, è Baudelaire».
«Sì»
«Sono poesie»
«No!»
«Eh sì»
Silenzio.
«Ho pensato: sarà una roba eccitante. Non l’ho neanche aperto».

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Se bere un caffè non è sempre “bere un caffè”

Foto di Dino Soru, visibile in originale qui: http://www.flickr.com/photos/11779957@N07/2542240706
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Oggi è il 15 agosto. Sono in val di Fassa, c’è qualche nuvola in cielo ma c’è comunque un gradevole sole. Sono venuto a trovare i miei genitori per cui è mio implicito dovere accompagnare mia mamma a fare la spesa. Mentre lei è al supermercato, incastrata nell’ingorgo ferragostiano, io mi prendo un caffè al bar di fronte. Mi piazzo su un tavolino all’aperto griffato Coca Cola, aggiungo una bustina di zucchero di canna al caffè, mescolo e mi guardo attorno. Non guardo i monti, ma la gente che passa. Se devo essere sincero guardo una ragazza. È dall’altra parte della strada, vicina al supermercato. Probabilmente sta aspettando qualcuno. Tiene al guinzaglio un cane di piccola taglia, ha una canotta grigia, senza maniche, e una carnagione piacevolmente bronzea. Vent’anni, all’incirca. Mora, con i capelli raccolti. I capelli raccolti mi fanno impazzire.
Ci sono molti modi di bere un caffè. Limitiamoci al caffè al bar. Innanzitutto si può scegliere se berlo al banco o al tavolino. La mia morosa, che è albanese, mi ha fatto notare come sia una caratteristica peculiare di noi italiani bere il caffè al banco, «Vi si riconosce subito, gli altri non lo fanno», dice. Poi è possibile scegliere tra lo zucchero bianco, quello di canna, il fruttosio, il dolcificante e, per le anime bio, il miele. I più audaci possono prenderlo amaro. C’è chi mescola per un tempo interminabile e chi schiaccia lo zucchero col cucchiaino. Chi lo beve d’un colpo e chi lo sorseggia contemplativo. Alcune donne lasciano macchie di rossetto sul bordo della tazzina. C’è chi vi accompagna una sigaretta, chi non lo beve fino in fondo perché l’ultima sorsata risulterebbe troppo dolce. Ci sono poi modi differenti di reggere la tazzina. Oltre alla cosa più logica – afferrarla per il manico – ho visto qualcuno brandirla nel palmo e persino chi la stringe con entrambe le mani, forse per sentirne il calore o forse perché desidererebbe vivere in una baita d’alta montagna.
Le tipologie dei caffè ordinabili meritano un capitolo a parte. Le combinazioni sono innumerevoli. Caffè macchiato, lungo, ristretto, doppio, macchiato freddo, macchiato lungo, corretto, decaffeinato, decaffeinato corretto, decaffeinato macchiato, forse decaffeinato lungo ma non ne sono sicuro, freddo e shakerato. Da non sottovalutare infine è cosa si guarda mentre si beve, soprattutto se lo si fa senza fretta come sto facendo io adesso. Io che sto guardando la ragazza con i capelli raccolti. In questo preciso istante, se devo essere davvero sincero, sto guardando le tette della ragazza coi capelli raccolti (che ora li potrebbe avere pure sciolti, i capelli, che non me ne accorgerei).
Chiaramente non è il caffè in sé ad essere rilevante. O forse lo è, ma solo in seconda battuta. Si potrebbe fare lo stesso discorso con le sigarette (e lo ha fatto Giulio Mozzi in una videolezione reperibile qui). Ciò che conta sono le persone, le relazioni che esse hanno nei confronti del mondo. Parlando di letteratura poi, più precisamente, ciò che conta è il modo di tradurre una persona (o l’dea di una persona) in personaggio.
Tra i libri che ho portato con me in questi giorni c’è Seminario sui luoghi comuni, di Francesco Pacifico (Minimum Fax). Lo scopo del libro è quello di imbastire un corso di scrittura partendo dalla rilettura di alcuni classici. In un capitolo si parla di tempi morti. Nei tempi morti, cito sommariamente a memoria, l’autore ha l’opportunità di descrivere a fondo il suo personaggio. Pacifico fa l’esempio di Albert Camus, riportando un brano tratto dallo Straniero in cui Meursault, dopo essere stato al funerale della madre rimane un’intera domenica affacciato al balcone della sua camera. Questo l’insegnamento che ne traggo: gli elementi sui quali un personaggio (ma anche una persona) si sofferma nell’esperienza del guardare (ma si potrebbe estendere ad altre esperienze) sono quelli che si accordano o contrastano con il suo stato d’animo. Ogni cosa è importante, ogni cosa è illuminata. “Illuminata” è l’aggettivo che usa Pacifico e lo trovo calzante. Pure bere un caffè è illuminato.
Ritorno alla ragazza con i capelli raccolti: che tipo è? come prende il caffè? Potrei offrirglielo giusto per verificare. Come tiene la tazzina? mette lo zucchero di canna o quello bianco? cosa desidera, di cosa ha paura? La mia morosa credo capirebbe: si tratta di una ricerca puramente letteraria. Poco sopra ho detto: gli elementi sui quali un personaggio (ma anche una persona) si sofferma nell’esperienza del guardare sono quelli che si accordano o contrastano con il suo stato d’animo. Forse vi starete chiedendo cosa si potrebbe dire di me. Io me lo sto chiedendo. Ma non approfondirò la faccenda, quantomeno non ora e non qui.
La ragazza guarda l’orologio, il cane la strattona. È arrivata la persona che stava aspettando. La madre, presumo. Io ho finito il caffè.

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L’antigelo poetico

«Devo fare un annuncio. È una cosa importante. È scomparsa la poesia. Se qualcuno sa dove si trova, se ne ha notizie, è pregato di farsi vivo. Non ha segni particolari e questo non può che essere un problema, anche perché – e c’è da stare all’erta – girano impostori che si divertono alle sue spalle (alle nostre spalle). Solo una cosa mi sento di dire: non è che se uno si veste da Napoleone allora è Napoleone».

È un’autocitazione di una cosa che ho detto sotto la doccia. Sotto la doccia mi vengono delle idee che lì per lì mi sembrano geniali. Questa cosa, oltre ad entrare in conflitto col mio lato ecologista (quanti metri cubi d’acqua consumerei per scrivere un romanzo?), mi crea non pochi problemi, come ad esempio uscire sgocciolante dal bagno e precipitarmi al computer per scrivere. Per me la doccia è come per Superman la cabina telefonica, con una fondamentale differenza: se Clark Kent fosse Superman solo nella cabina, non sarebbe di grande utilità. Certo, potrebbe fare delle telefonate eroiche. Potrebbe comporre un numero e dire: «Attenzione signora, ha lasciato il gas aperto». Ma vai a spiegare a un macchinista che il ponte è crollato e che deve fermare il treno im-me-dia-ta-men-te! Ecco, una volta uscito dalla doccia sei fregato, hai perso quella sicurezza. Sei un essere come gli altri. E prendi pure freddo, lì in accappatoio, davanti al pc.
La poesia si è inflazionata. È qualche giorno che entro ed esco dalla doccia per venire a capo di questo pensiero. Una bistecca ben cucinata non è poetica, semmai è squisita. Se una donna dopo che avete fatto l’amore ti dice «Sei stato poetico», scappa, offenditi o vedi di impegnarti di più. Se qualcuno ti vuol far credere che un abbraccio è poetico, tu ridigli pure in faccia.
Abbiamo aggettivizzato la poesia. Vediamo un paesaggio innevato o un tramonto sul mare e lo definiamo poetico, fraintendendo evidentemente il fascino con la poesia. Non è un problema marginale. Se la poesia è ovunque non è da nessuna parte. O per dirla con una legge economica: la moneta cattiva scaccia quella buona.
Qualcuno potrebbe scrollare le spalle, pensare che in un momento di crisi, in un momento dove gli imprenditori si impiccano ogni giorno, non è il caso di parlare di poesia. Ma è proprio questo il punto.
Solo in un giorno la Grecia ha perso 800 milioni di euro. La gente si è silenziosamente messa in fila ai bancomat e ha prelevato 500 € alla volta. Hanno paura che torni la dracma e che il loro denaro perda, nel giro di una notte, dal 30% al 60% in potere d’acquisto. Non ci sono state scene di panico. Inserisci la tessera, inserisci il pin e prelevi un po’ oggi, un po’ domani. La tecnologia è fredda. Il bancomat non è nemmeno stato informato della congiuntura economica sfavorevole.
La nostra risposta alla crisi è il tecnicismo. Abbiamo introdotto governi tecnici, soluzioni tecniche, riforme tecniche. Ci piace da morire la tecnica. Siamo profondamente convinti che si debba fare qualcosa di concreto: ad X corrisponderà Y e quindi, finalmente, Z. Ci piace il governo del fare. E ci piace freddo. A qualcuno piace freddo.
Entro ed esco dalla doccia e penso che la poesia possa aiutarci. Provo ad azzardare: durante le crisi la domanda di poesia sale. Non sto parlando prettamente di mercato (la poesia costituisce un misero 5% del mercato librario), ma di esigenza intima. È un antigelo. E l’offerta a ben vedere ci sarebbe pure. Ci sono persino poeti vivi. Addirittura poeti italiani e vivi. Gabriele Frasca, Elisa Biagini, Milo De Angelis, Maria Grazia Calandrone, Andrea Inglese, Valerio Magrelli, Patrizia Cavalli. Ed è un elenco orrendamente incompleto, ovviamente.
Abbiamo bisogno di poesia, ma non sappiamo più riconoscerla.
Le azioni non sono poetiche, è l’interpretazione che ne facciamo, sono le parole che usiamo in un certo modo e non in un altro che sono, possono essere, poetiche. E non è detto che la poesia ti faccia piangere. La cipolla, se non la metti in freezer, ti fa piangere. Sempre. La poesia no.
La poesia non sta nelle cose, sta nelle relazioni. Riguarda i nostri filtri creativi, quel particolare modo con cui interpretiamo il mondo. Meglio: la poesia sta nel modo che abbiamo di spiegare le relazioni. È tradurre le relazioni in linguaggio verbale. Impresa fisiologicamente fallimentare: alchimia impossibile.
La poesia è forma. È sempre incarnata nel linguaggio, altrimenti non è nulla. E la forma in poesia è metrica. Ovvero, se vogliamo stare al dizionario, «il complesso delle leggi che regolano la composizione dei versi». Non si riduce tutto alla metrica, ma la metrica è condizione fondamentale della poesia.
Per dirla con le parole di Gabriella Sica, poetessa e docente di Letteratura italiana all’Università La Sapienza, «la poesia esiste, cioè ex-siste, quando si separa dalla morte, rinuncia alla confusione e accetta, con pietas materna, la caducità dolorosa della vita, ma anche una lingua» (Scrivere in versi, Il Saggiatore, 2003, pp. 15-16).
La poesia esiste solo quando si incarna nella lingua. Solo così rinuncia alla morte, ovvero si fa morente.
Dobbiamo accettare che anche se fuori dalla doccia siamo comuni mortali questo non è un difetto. Superman non potrà mai essere un bravo poeta. E nemmeno potrà fare molto per salvarci dalla crisi. Ci serve un atto eroico ben più arduo che fermare un treno con una mano: accettare la complessità della vita, la fitta trama di relazioni da cui è composta, il fatto che non c’è nessuna scelta X, Z, Y che possa tirarci magicamente fuori dai guai.
Ci serve un antigelo. La poesia ci serve.

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La letteratura del dopodomani

«La rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopo domani sicuramente…».

Giorgio Gaber

«…sono quattro anni che ci lavoro, ma sapete, il tempo…»
«Eh già, è chiaro…»
«Lavorando…»
«Torno a casa e non ho le forze. Certo, se potessi dedicarci più tempo»
«Capisco, il lavoro ti risucchia»
«Io ne ho tre di romanzi lasciati a metà»
«Quando vorrei farlo non posso, quando potrei non sono più ispirato»

Un aspirante scrittore racconta una vaga trama del suo romanzo incompiuto e si rammarica di non poterlo finire per mancanza di tempo. Sta parlando in un ristorante, in un bar, in macchina di ritorno dal cinema, più raramente al mare. I suoi interlocutori novantanove volte su cento non fanno che concordare con lui. Raccontano le loro vite lavorative, usando parole come “sfibrante”, “deprimente”, “alienante”. In discussioni simili io rappresento il centesimo percentile, quello che un po’ timidamente e goffamente osa dire, prima sottovoce e poi più forte: «Non sono d’accordo».
Avete presente il film di Sidney Lumet La parola ai giurati? Una giuria popolare americana deve decidere sulla condanna a morte o meno di un imputato; all’inizio solo uno – il numero otto – vota “non colpevole”, poi nell’arco di novantasei minuti tutti si convincono e assolvono il poveraccio. Ecco, la situazione è all’incirca quella, con la terribile differenza che a parte flebili commenti rimarrai solo contro tutti.
Ti diranno cose come: «Tu non sai cosa significa lavorare otto ore al giorno», «Tu fai un lavoro meno faticoso», «Tu hai una casa di proprietà» (non è attinente, ma se possono te lo diranno lo stesso), «Tu non lavori da quando avevi quattordici anni», «Tu fai una cosa che ti piace». Denominatore comune sarà il pronome tu. Ovvero: noi, contro di te.
Non capisco per quale motivo a nessuno venga mai in mente che tu potresti: a) avere tempo ma comunque non scrivere; b) non avere tempo, non scrivere, ma pensare che le cose non siano consequenziali; c) non scrivere affatto. Subito dopo ti diranno che se non hai provato a essere come loro non puoi giudicare. Te lo diranno come se fosse la cosa più ovvia del mondo, dimenticando di colpo il concetto di metodo deduttivo e di evoluzione della specie. Oltre al non trascurabile fatto che se tu non sei come loro, loro non sono come te.
Poveri illusi, nemmeno s’immaginano quale alleato hai dalla tua. Parti all’attacco. Erri De Luca si svegliava ogni mattina alle 5 e prima di andare in fabbrica studiava l’ebraico! Franz Kafka di giorno era impiegato presso le Assicurazioni contro gli Infortuni del Regno di Boemia e di notte scriveva! Fernando Pessoa lavorava come corrispondente commerciale, mentre Charles Palahniuk  – e questo lo sillabi: Pa-lah-niuk – scrisse Fight Club mentre riparava motori diesel per una ditta di Portland!
Gli sbatti in faccia la letteratura insomma. Loro subiscono il colpo ma si appellano all’ eccezione-che-conferma-la-regola. Cosa paradossale, quando l’eccezione è la regola. A questo punto dovresti citargli Bukowski, ma non ti ricordi le parole esatte di E così vorresti fare lo scrittore?, e odi spiegare le poesie. Così, quando sei a casa, vai tra i tuoi libri, trovi la pagina e cominci a leggere: “Se non ti esplode dentro / a dispetto di tutto, / non farlo”. E poco dopo: “a meno che non ti esca / dall’anima come un razzo, / a meno che lo star fermo / non ti porti alla follia o / al suicidio o all’omicidio, / non farlo. / a meno che il sole dentro di te stia / bruciandoti le viscere, / non farlo”.
Questo dovresti dire. E magari, con un pizzico di benevolenza, aggiungere: «Se dovrà venire verrà». O ancora meglio – e sarebbe il ko – «Non riesci a scrivere il tuo romanzo perché il tuo romanzo non sta in piedi». Ma se sei lì è perché hai qualche grado di parentela, qualche rapporto d’amicizia e dire una cosa così sincera, scaturirebbe una tempesta che non hai voglia di affrontare. Per cui eviti. Finisci di mangiare o bevi il tuo caffè o ti fai riaccompagnare a casa o dici «Basta, vado a fare un bagno».

Saramago Vs Follet

Sono andato a comprare l’ultimo libro di José Saramago – Caino, Feltrinelli Editore – e mi hanno regalato uno dei quei libercoli promozionali che fanno da anteprima alle nuove uscite. Suddetto libercolo sta alla letteratura come il trailer sta al cinema e siccome adoro i trailer non sono riuscito a dire di no. Non ho detto di no, nonostante tale libercolo si intitolasse: La caduta dei giganti. Autore: Ken Follet. Saramago contro Ken Follet, il saggio contro il robottone, Gandalf contro il mostro.
A prima vista il libercolo non sembrava pericoloso, ma siccome la cinematografia ci insegna che il mostro (nel caso specifico di Gandalf è per la precisione un Barlog, ma tralascio i particolari) vuole sempre fotterti, rimango vigile e infatti mi basta andare alla seconda di copertina per ricredermi. La prima cosa che vi si legge è in maiuscolo e in rosso: 28 SETTEMBRE 2010 IN CONTEMPORANEA MONDIALE. Boom! Penso: ma quanto ci vuole a tradurre un tomone di millecinquecento pagine come presumibilmente è un nuovo libro di Ken Follet? Ken ha scritto il libro sei mesi fa? Oppure lo fanno tradurre a Google Translator? Ho risolto la questione con un: «così è il mercato, baby» e in ultima analisi con un: «chissenefrega».
Della descrizione del romanzo che segue poco dopo non ci capisco un’accidenti. Ci sono cinque famiglie e un elenco di luoghi che non finisce più. Il Galles, Londra, Washington, Parigi, San Pietroburgo. Della storia neanche l’ombra.
Questo tipo di letteratura è una guida vacanza versione hot. Ti conduce in luoghi celebri come le camere papali, la casa bianca, Buckingham Palace e via dicendo. Dentro luoghi cioè dove non entrerai mai. Ti mette faccia a faccia col Papa, il presidente degli Stati Uniti e la regina d’Inghilterra ad un prezzo tutto sommato onesto. Anche perché quei venti euro che sborsi ti vengono ripagati dalla sensazione di avere tra le mani qualcosa di imponente. Qui tutto è imponente, a cominciare dal titolo: La caduta dei giganti. La lunghezza lo è altrettanto: cosa credi, di cavartela con un unico volume? Questa è una trilogia! «Destinata a diventare un classico», a detta di quanto è riportato nel libercolo stesso. Sono letteralmente preso da deliri di onnipotenza. Vorrei invadere il Canada.
Io, come forse si è già capito, tengo per Saramago. I pilastri della terra, il più celebre libro di Follet, ho anche provato a leggerlo. Sono arrivato a pagina centodue e ho lasciato stare. Se c’è una cosa che mi irrita è l’abuso dei puntini di sospensione e I pilastri della terra ne è letteralmente invaso. Un’epidemia. La peste bubbonica dei puntini di sospensione. Quando la voglia di prendere una matita e cerchiarli è diventata irrefrenabile, ho chiuso il tomone e l’ho riposto nella mia libreria, tra L’uccello del sole di Wilbur Smith e Tesoro di Clive Cussler, un posto non certo d’onore considerato che non ho mai letto né l’uno né l’altro.
Lascio stare Ken Follet e mi butto su Saramago. Caino poteva essere un brutto libro, frutto di noiosi virtuosismi e intrappolato in una sovrastruttura anche un po‘ banalotta: far percorrere a Caino episodi canonici e apocrifi dell’antico testamento. E invece è un gran bel libro. L’immedesimazione con Caino e l’intreccio narrativo (detto semplice: il vedere come va avanti la storia) ti tengono incollato al romanzo. La vicenda dell’assassino più famoso della storia passa per il thriller, l’erotico, il fantasy, la commedia. Inoltre la logica di Saramago applicata al Dio dell’antico testamento – che viene qui disegnato come cattivo e un po’ stupido – è acuta e sagace. Il tutto in quello stile Saramagesco fatto di lunghi flussi di narrazione e discorsi indiretti che non vanno a capo, che una volta capito come prenderli ti entrano direttamente nel cervello. Tutta l’opera narrativa di José Saramago è dentro questo flusso e Caino ne è l’ultimo, degno, capitolo. Mi è venuta la pelle d’oca leggendo l’ultima frase. L’ultima frase del libro e l’ultima che scriverà Saramago, morto nel giugno 2010 a 87 anni. E no che non ve la dico.
Saramago contro Follet. Il saggio contro il robottone, Gandalf contro il mostro. Dove Gandalf sembra morire e invece sopravvive ed il mostro muore e basta.

I classici russi

A pagina 126 ho deciso di interrompere la lettura di Delitto e castigo. Io e i russi non andiamo d’accordo evidentemente. Pure con Anna Karenina è andata così. È più forte di me, inizio con i migliori intenti, rimango affascinato dagli incipit, ma poi mi perdo. Quando Raskolnikov fa fuori ad accettate quella vecchia bagascia dell’usuraia ho pensato di trovarmi in un film dei fratelli Cohen. Poi a pagina 126 mi sono rotto le scatole. Ho chiuso il libro e mi sono addormentato. Intendiamoci, non incolpo né Tolstoj, né Dostoevski, né il Cremlino: la colpa deve essere mia. Ciò non toglie che una qualche ragione ci sarà. Così mentre dormo rimugino sulla mia sconfitta.
È chiaro come la condizione umana sia centrale nella letteratura russa della fine dell’ottocento. L’azione è poco, è la scintilla, il più della vicenda accade dentro al protagonista. Ma non è questo che mi turba. Se riduciamo tutto all’azione dobbiamo descrivere Il vecchio e il mare come la storia di uno che pesca. La cosa che mal digerisco è l’assenza di sintesi.
L’edizione che ho comprato consta 412 pagine, il che vuol dire che ho letto poco più del 30%. In questo 30% tutto è dilatato, attraverso descrizioni e dialoghi che per il lettore contemporaneo – per me senza dubbio – risultano lunghi e dispersivi. Certo, i tempi sono cambiati, ammalati di consumismo e rifiutismo ci siamo assuefatti a ritmi più incalzanti. Basti pensare a quanto dura un’inquadratura cinematografica: mediamente dai sei ai nove secondi per un campo lungo e dai tre ai cinque per un primo piano. Cinema e tv inoltre hanno contribuito ad allargare l’immaginario collettivo. Se parlo di Parigi o del’India o di New York abbiamo tutti delle immagini in mente, anche se non ci siamo mai stati. Ad un bravo autore bastano poche e ben congegniate parole per richiamare quell’immaginario.
C’è di più però. Non dobbiamo dimenticarci che Delitto e castigo è nato come romanzo d’appendice. In quel contesto gli scrittori avevano tutto l’interesse a farla lunga. I romanzi d’appendice uscivano a puntate sui giornali: lunghezza uguale più uscite, più uscite più compensi.
Deve essere questa alchimia tra assenza d’azione e assenza di sintesi la causa del mio poco amore verso i classici russi del XIX secolo e non, per esempio, verso quelli francesi o americani. I francesi hanno intrecci più complessi, gli americani sono dei maghi a sintetizzare.
Mi giro e mi rigiro nel letto. Sudo. Posso vivere senza leggere i capisaldi della letteratura russa? È possibile che autori che hanno influenzato numerosi scrittori e registi negli ultimi centocinquant’anni a me appassionino fino a pagina 126? Dove sbaglio? Cosa mi manca? Ricompongo in sogno un fatto accadutomi qualche anno fa. Era il 2007, lavoravo in un ufficio comunale che si occupava di cultura. Un giorno mi misi a parlare di libri con una mia collega. Lei mi disse che non leggeva molto, ma che adorava la letteratura russa. «Ora sto leggendo I fratelli Karamazov», mi disse «Spero di finirlo presto: l’ho iniziato nel 2001».
Basta, non posso più dormire. Mi alzo e vado al computer. Digito su google “leggere letteratura russa” e mi appare la foto di un Cupido morto, un articolo su un orso addomesticato e svariati link a Yahoo! Answer. Qui la risposta non c’è. Forse è la costanza che mi manca. Oppure ho bisogno di una qualche letteratura-ponte che al momento ignoro. A gettare la spugna però non ci penso proprio. Per riconciliarmi coi russi ordino on-line un’edizione economica de Il cappotto di Nikolaj Vasil’evič Gogol’.
Spengo il computer. Cerco il numero della mia ex-collega. Chissà se ha finito I fratelli Karamazov.

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